Monte Verità, il capostipite dei luoghi utopici

Di tutti i mondi alternativi che si realizzano nel contemporaneo, sotto forma di centri sociali, freetowns, o qualsivoglia, quello del Monte Verità di Ascona sembra essere quello che ne ha dato il là.

Anche qui volendo possiamo identificare un fenomeno da cui il Monte Verità poté trarre ispirazione, fu quello delle confraternite artistiche, come i Preraffaeliti, i nazareni o gli espressionisti del movimento “Die Brucke” (il ponte).

Ma certamente la radice di questi movimenti va ricercata in due filoni, quello delle utopie e quello delle eresie, a partire da ‘La città ideale’ di Tommaso Campanella o da ‘La nuova Atlantide’ di Francis Bacon; per quanto riguarda le eresie, basta pensare ai Catari o ai primi cristiani delle catacombe!

Ispirato dai movimenti filosofici e spirituali dell’epoca, che avevano tra i suoi protagonisti Helena Petrovna Blavatsky e Rudolf Steiner, nel suo periodo d’oro tra il 1910 e il 1935, era frequentato da spiriti liberi, artisti, letterati e mistici, non mancarono Carl Gustav Jung e Hermann Hesse, Eric Fromm, ma anche politici come Adenauer, Bakunin, Lenin e Trozkji, oppure danzatori e artisti come Isadora Duncan, El Lizzitsky, Jean Arp e Paul Klee, scrittori come Thomas Mann e naturalmente teosofi come il succitato Rudolf Steiner e… personaggi equivoci come Aleister Crowley!

Le abitudini diffuse all’interno, innovative per l’epoca, erano il naturismo, il vegetarianesimo, la teosofia. Questo gruppo fondato dal coreografo (definizione un po’ stretta, ma scelta proprio per motivi di sintesi) Rudolf Laban de Varalja, sorta di Christiania ante litteram, portò avanti una protesta contro la crescente società industriale dell’epoca, volta al recupero della vita rurale come antidoto ad essa. Se pensiamo che le critiche portate avanti da questa comunità negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale sono grosso modo le stesse che vengono rivolte oggigiorno al capitalismo, fino in qualche modo a poter essere associate al movimento giovanile che ha preso piede in occidente al seguito delle proteste di Greta Thunberg negli ultimi mesi, possiamo con un filo di vertigine comprendere come il mondo intero, o almeno quello a nord dell’equatore sia attanagliato da oltre un secolo in una morsa da cui non riesce a emanciparsi.

Al riguardo, come in una serie infinita di casi analoghi si presenta un cortocircuito a tutt’oggi irrisolvibile: i borghesi capitalisti e ignoranti sfruttano i proletari se possibile più ignoranti di loro. Le elite aristocratiche e intellettuali, trovandosi già dotate di benessere e rendite e perciò in un gradino più alto nella piramide di Maslow rispetto ai borghesi, sono interessate non tanto a un arricchimento da produzione e vendita di beni fungibili, ma da temi più elevati, come il miglioramento del mondo. Essi sono disposti talvolta a investire denari e tempo, di entrambi i quali dispongono in abbondanza, per i loro esperimenti sociali, sovente volendo aiutare i proletari non tanto per solidarietà ovviamente, ma per le stesse motivazioni che muovono chiunque disponga di sufficiente cultura e curiosità, ovvero il miglioramento fine a se stesso. E quando agiscono in tal senso, le classi subalterne, percependo un distacco siderale tra le scelte e le motivazioni delle elite e essi stessi, quella sensazione per cui l’elitario appare sempre distante e genera una conseguente subdola invidia, i proletari non trovano di meglio che coalizzarsi alle istanze dei borghesi, attaccando per primi le elite e lanciando loro odiosi epiteti. Così anche nel caso di Ascona, anziché solidarizzare con gli artisti che ricercavano una vita e migliore per tutti (finanziati dall’aristocrazia di tutta Europa), i contadini ticinesi chiamavano sprezzantemente gli appartenenti alla comunità “balabiott”, che tradotto significa a grandi linee “balla-nudo”, per deridere il loro afflato naturista.

Per dovere di cronaca, va detto che c’è almeno un esperimento ad esso coevo: la comune naturista di Karl Wilhelm Diefenbach, fondata a Vienna nel 1897 e permasta sino al 1899 e da lì spostata a Capri (probabilmente il clima dell’isola italiana era più confacente ai presupposti di un progetto come questo) negli anni successivi. Di questo precedente si sapeva poco o nulla fino alla Mostra del Cinema di Venezia del 2018, dove tale realtà è emersa grazie al film di Mario Martone “Capri Revolution”, probabilmente con molti componenti di fiction, attraverso il personaggio della protagonista, la capraia Lucia, ragazza del luogo che nella sua fase adolescenziale, viene a contatto con la comunità di post-artisti intenti, soprattutto attraverso la danza, oltreché da pratiche come il nudismo (ecologia e rifiuto della monogamia), il pacifismo e stando alla larga da gerarchie politiche e religiose, a sperimentare nuovi modi di convivenza e interazione tra le persone.

Di seguito una sequenza di questo film, che, in assenza di una bibliografia sull’argomento, sarà uno dei pochi mezzi in grado di far luce su questa esperienza:

Per chi volesse approfondire la conoscenza dell’artista che ha dato il La a questa esperienza, a Capri è stato intitolato un museo a Diefenbach, dedicato alla sua esperienza artistica, in particolare nella corrente del simbolismo, presso la Certosa di S. Giacomo.

Bibliografia:

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