Blade Runner vs Blade Runner 2049

In questo articolo confronteremo gli esiti dei due capitoli ispirati dall’opera di Philip K. Dick “Do androids dream of elettric sheep”, racconto distopico basato sulla prospettiva che in un futuro l’umanità possa produrre e disporre, anziché ‘solamente’ di forme di intelligenza artificiale come ci accingiamo a quanto pare effettivamente a dotarci, di replicanti, come vengono definiti nel film (ma in altri casi più spregevolmente ‘lavori in pelle’) del tutto analoghi all’essere umano, tranne ipoteticamente che nelle emozioni; altrettanto ipoteticamente nei propositi dei costruttori, nel primo capitolo la Tyrell Corporation, nel secondo la Wallace Industries, questi replicanti dovrebbero essere completamente asserviti alle esigenze degli umani.

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In entrambi gli episodi, caratterizzati più dall’approfondimento psicologico che non da superficiali tentazioni all’azione e alla spettacolarità, l’aspetto principale è il tema etico, a nostro parere in una sorta di parallelismo tra l’odierno razzismo delle società che ancora a qualche titolo si considerano ‘superiori’ rispetto ad altre, e quello immaginabile in un futuro, dove la tecnologia potrà evolvere, ma gli autori (Dick, Scott, Sanches, Peoples e successivamente Villneuve, Fancher e Green) credono, e noi con loro, che alcuni schemi talvolta negativi, l’umanità li protrarrà anche nel futuro, volendo infierire sui replicanti con il disprezzo, nongià con la violenza e la segregazione.

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Ecco che i due lungometraggi sono caratterizzati dalla tensione continua dei protagonisti, Rick Deckart, il primo cacciatore di “lavori in pelle” che in questo episodio viene solo sottilmente indicato come anch’esso un possibile replicante asservito alle necessità degli umani e l’agente K, il secondo, interpretato da Ryan Gosling, che fin dal nome appare in maniera evidente un androide programmato a ritrovare i suoi simili e, nel gergo dei due film, a ‘ritirarli’.

Tale tensione emerge quando in entrambi i capitoli i due protagonisti arrivano per differenti ragioni a dover fare i conti con le istanze dei replicanti con cui vengono a contatto (quando non con essi stessi), di voler essere qualcosa in più che dei passivi esecutori di consegne obbligati a rinunciare alle proprie emozioni e al proprio discernimento, solo perché un’autorità presunta superiore, vorrebbe obbligare loro a fare. Tale autorità viene messa in discussione in tre casi principalmente, il primo, quello in cui Deckart viene coinvolto affettivamente da Rachael, affascinante donna/replicante?! che dimostra in fin dei conti di meritare rispetto e affetto non meno delle sue simili partorite naturalmente (sarà poi lei nel secondo episodio a concepire assieme a Deckart il primo esemplare generato da androidi anziché in laboratorio e a dare il via a tutta la storia).

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nel secondo caso è l’agente K a divenire sempre più insofferente alle continue umiliazioni subite dagli umani e ad affezionarsi all’ologramma femminile messogli a disposizione che si dimostra in grado di prendersi cura di lui come e meglio di come potrebbero molti esemplari umani. Il terzo caso, quello che ha reso superbo il lavoro di Scott, sono le istanze del replicante Roy Batty, magistralmente interpretato dall’attore olandese Rutger Hauer, di poter continuare a vivere oltre la data di obsolescenza programmata di quattro anni, e di poter proseguire la propria esistenza assieme agli altri due compagni, con cui ha sviluppato relazioni affettive che non hanno nulla da invidiare a quelle umane. Tali istanze si sublimano nel leggendario monologo:

A voler cogliere una sottigliezza, oltre alla frustrazione più o meno aggressiva delle protagoniste femminili dei due film, anche la scena in cui l’agente K chiede a Deckart se il suo cane sia o meno ‘vero’ (un po’ come ora facciamo spesso chiedendo agli altri guardacaso se il loro cane è ‘di razza’), questi gli risponde seccamente ‘che differenza fa?!’, chiarendo che con la consapevolezza raggiunta, la questione non abbia alcuna importanza.

Il fil rouge dei due film, che spinge il pubblico certamente a empatizzare con i personaggi della pellicola, è proprio quello di mettere in discussione il desiderio di subordinare gli altri in maniera gerarchica e psicologica, da parte di coloro che detengono il potere e che desiderano mantenere lo status quo.

Blade Runner (1982) Harrison Ford as Rick Deckard

La missione assegnata a Deckart nel primo episodio di ritirare gli androidi che dalle colonie extramondo tentano di entrare in territorio americano, come quella assegnata all’agente K nel secondo di far sparire le prove che una replicante è riuscita a partorire un figlio dimostrando quindi di essere di fatto del tutto uguale ai veri umani, appare oggi più che mai una sottile metafora della gestione dei movimenti dei migranti di altre nazioni che cercano di arrivare nell’occidente dove vi sono migliori condizioni di vita.

Fin qua abbiamo parlato di trama, che come avrete compreso, a nostro parere nei due episodi consideriamo di pari livello. Quello che viene a mancare nel secondo è legato a questioni stilistiche, o meglio, diremmo estetiche e concettuali:

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nel primo episodio, il cult di Ridley Scott, vi è tutta un’atmosfera raffinatamente retrofuturista, dagli scenari ai mezzi di trasporto, per passare dai costumi alle varie pose del protagonista, tipiche del genere hard-boiled e per certi aspetti anche del western, ove un Ford spettinato (o per meglio dire pettinato in perfetto stile cyberpunk) e stropicciato in un outfit diacronicamente démodé, dettagli del trench e della cravatta a parte, beve in continuazione whiskey, attraversando una metropoli eternamente piovosa (in un western ci sarebbe stata la polvere). Il risultato è una sensazione di straniamento totale dalla realtà che negli anni ha fatto giustamente gridare al capolavoro.

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Nel secondo capitolo, a parte un uso sinceramente deprecabile del product placement, Gosling si presenta come un bel ragazzo salutista agghindato di tutto punto per una serata in discoteca, non vi è più alcuna originalità nelle scenografie e nei dettagli, come ad esempio le acconciature, il trucco e gli abiti dei personaggi, il film da questo punto di vista è tranquillamente confondibile con qualsiasi altro sci-fi in circolazione da almeno qualche lustro.

 

Per concludere dobbiamo fare un cenno alla della colonna sonora, nel primo capitolo affidata a Vangelis, che essendo riuscito con un lavoro eccellente a fissare il commento sonoro nella memoria collettiva come solo a Morricone, Moroder e Badalamenti sono riusciti a fare nel tempo, è entrato di diritto nella storia. Nel secondo, quella a carico di Hans Zimmer è un semplice calco della precedente, una performance così opaca che è come non ci fosse, venendo così a mancare una vera e propria ‘colonna’ portante nel lavoro di Villneuve, ascrivendo in definitiva a lui come regista, di non aver mancato di replicare alcun aspetto del primo Blade Runner eccetto il più importante: la magia!

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Notare il dettaglio cristologico del chiodo che trafigge la mano di Roy Batty e della colomba bianca nell’altra mano, quasi anche il replicante si immolasse per il bene dell’umanità, dopo aver risparmiato la vita a Deckart.

 

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