Diesel Extraordinary Time Travellers

In this page a winter Diesel vintage sweatshirt with psychedelic “extraordinary time travellers” logo on the front.

In questa pagina la felpa invernale con grafica anteriore “extraordinary time travellers” psichedelica.

Felpa Diesel con grafica anteriore “extraordinary time travellers”

BRAND: DIESEL
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: EXTRAORDINARY TIME TRAVELLERS
PRODUCT ID: 2
FIT: REGULAR
MADE IN: TURKEY
SIZE: M
YEAR: 1999
CONDITION: GOOD, THE ONE ON THE FRONT ISN’T A SPOT, IT’S A CAMERA DEFECT
COLOUR: DARK GREY
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES
SPECIAL FEATURE: PSYCHEDELIC FRONT GRAPHIC “EXTRAORDINARY TIME TRAVELLERS
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €69

Old glory

Rare and precious Diesel Old Glory denim pants, super used, from my own collection, that I’m proposing to collectors, fashion victims and/or fashion designers:

Un prezioso e raro pantalone in denim Diesel Old Glory, usatissimo, della mia collezione che propongo a collezionisti, fashion victim e/o fashion designer:

Jeans Diesel prima linea Old Glory

BRAND: DIESEL
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: OLD GLORY
PRODUCT ID: 1
FIT: REGULAR
MADE IN: ITALY
SIZE: 32 UK/USA 46/47 ITALY
YEAR: 1991
CONDITION: GOOD
COLOUR: WORN INDIGO BLUE
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES INSIDE/OUTSIDE (SI, DENTRO E FUORI)
SPECIAL FEATURE: OLD GLORY DIESEL VINTAGE WITH INNER SELVEDGE (CON CIMOSA ALL’INTERNO)
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €99

L’arte di prof. Bad Trip

Un personaggio in cui questo tumblelog, per certi versi parecchio controcultale, o quantomeno non solo attento, ma zeppo di argomenti di nicchia, è il prof. Bad Trip, al secolo Gianluca Lerici (1963-2006).

Personaggio di nicchia fino a un certo punto, dal momento che nell’ambito del fumetto – non solo italiano – questo autore è famosissimo.

Autore spezzino dalla biografia almeno per me – e credo per tutti gli individui della working class – assolutamente emozionante, cresciuto con ogni probabilità in una famiglia di muscolai (coltivatori di cozze), dal momento che a quanto racconta egli stesso nel documentario che è inserito anche in questo articolo, i professori conservatori del suo liceo scientifico lo deridevano già dai primi anni di superiori dandogli quell’epiteto (buoni quegli insegnanti), e dal momento che anch’egli una volta finita quell’esperienza esercitò per alcuni anni quell’attività, intuito il suo talento artistico inizia ad evolvere negli anni giovanili, prima all’interno del mondo musicale, ove milita nella seconda metà degli anni ’70 in diverse formazioni punk, dagli Holocaust ai Fall-out assieme all’amico Benzo, poi frequentando profittevolmente l’accademia di Belle arti di Carrara, dove affina il suo innato senso artistico. Da quel periodo in poi inizia a produrre i suoi primi lavori col nome d’arte di prof. Bad Trip. Nome perfetto per il suo stile, che per la massa del suo pubblico fa pensare a un brutto “viaggio” chimico dopo aver calato un acido, idea che prima di lui aveva avuto un’oscura etichetta di punk/hard core californiano e che egli giustamente con l’arte del cut-up aveva fatto sua, intentendo non tanto l’interpretazione più scontata, quanto piuttosto una condizione planetaria per noi e il resto del mondo, causata dal pesante intervento dell’uomo nell’ambiente.

Oltre a questa biografia, dove un ragazzo che parte dal nulla arriva a fare le copertine agli Psychic Tv di Genesis P. Orridge e ad essere pubblicato da Mondadori, la cosa che va ben dichiarata in questa sede è la forza del suo tratto diventato un potentissimo marchio di fabbrica: si può dire figlio della tradizione fumettistica italiana, con il Max Bunker di Kriminal e Satanik in primo luogo, ma prima di esso, il suo tratto fortemente marcato, da xilografia, è erede diretto dell’iconografia protestante, in particolare il tema della danza della morte, mediata precedentemente nei primi del ventesimo secolo dagli espressionisti tedeschi. A livello letterario, uno su tutti gli autori da citare è l’inglese James Graham Ballard, maestro della “fantascienza interna” contro la classica fantascienza dello spazio, la cui opera è oggetto di ispirazione dichiarato da Lerici.

La sua opera definita cyberpunk, sia perché questo termine è assonante alla sua militanza musicale, sia perché effettivamente si rifaceva nei suoi fumetti a quel tipo di letteratura (storica è la riduzione de “Il pasto nudo” di William Burroughs per la Shake edizioni, nota casa editoriale concentrata sulla controcultura) è un concentrato di immagini psichedeliche. Se dovessi dare un parere, in molte opere di prof. Bad Trip, il quale non si è solo occupato di fumetti, ma ha spaziato in tutte le arti, dalla pittura alla scultura, passando per il collage (nonché rimasto grande appassionato di musica anche dopo l’esperienza giovanile, negli anni a venire era andato in fissa per la techno), trovo che sia il naturale erede di Enrico Baj. Il mio è un parere senza precedenti e quindi senza paracadute, ma se guardiamo a certe opere totemiche dell’artista spezzino, ai volti allucinati dei suoi personaggi, nonché a certi aspetti della sua poetica, trovo siano l’evoluzione delle tematiche dell’artista milanese (secondo me pure progenitore del punk, senza che Vivienne Westwood affermi o meno questa gemmazione, e quindi in una sorta di Ouroborus ci ricolleghiamo immediatamente a Lerici e alla suo spirito punk), anch’egli, avendo fondato il gruppo degli artisti nucleari in gioventù, si dimostrava molto preoccupato per la degenerazione della violenza in un prossimo futuro, sempre spaventato dai possibili soprusi delle forze dell’ordine come dimostra la sua opera più importante, “I funerali dell’anarchico Pinelli” e anch’egli aveva quella inclinazione all’addobbo, con cui decorava suoi ufficiali, dandogli poi, se andiamo nel dettaglio dei volti, delle caratterizzazioni esageratamente marcate ai tratti del viso e delle espressioni allucinate in cui intravedo in trasparenza quanto nei decenni successivi prodotto dal Lerici. Anche se quest’ultimo non lo ammetterà mai, mettendoci sicuramente tutta l’onestà intellettuale che gli riconosco, l’aspetto interessante è che molte appropriazioni che gli artisti attuano, sono del tutto inconsapevoli, come ben spiegato in alcuni capitoli di “Sound Unbound” di Paul D. Miller, filosofo e DJ americano, molto interessato ai temi del cut-up e delle citazioni.

Per ulteriori approfondimenti sulla sua opera rimandiamo alla bibliografia, dove prima di tutto c’è il sito cresciuto attorno all’associazione di amici che ne promuove la conoscenza, gomma tv, mentre come al solito in questa sede mi occupo di mettere a immediata disposizione dei visitatori i contributi video più interessanti che ho trovato, il primo, questo video biografico raccontato dalla compagna di vita di Gianluca Lerici, Jena Filaccio:

il secondo è il montaggio in cartone animato ad opera di Domenico Gemelli, suddiviso in due puntate:

Bibliografia:

il sito a cura degli amici e compagni di percorso di prof. Bad Trip Gomma.tv

La pagina del sito di Shake edizioni dedicata a Gianluca Lerici

Sound Unbound – Paul D. Miller – Arcana Edizioni

Terminiamo con questa perla, un’intervista diretta a Gianluca Lerici, a.k.a. prof. Bad Trip:

Blue System – Jet Set

Nel raccontare con parole e immagini del primo ingresso di questo brand in Italia, al termine dell’articolo vi informerò anche di un’interessante novità:

Si tratta di uno spin-off di un allora piccolo marchio svizzero, partito a fine anni ’60 dall’esclusiva Saint-Moritz, che dopo essere stata attiva i primi anni come boutique con una proposta piuttosto radicale nel contesto della stazione sciistica (capi di seconda mano e stile hippy), negli anni successivi ha implementato la proposta con una propria collezione di abbigliamento da sci e successivamente ha lanciato l’etichetta Blue-System, che ha avuto una stagione molto breve in Italia a cavallo tra anni ’80 e ’90. La diffusione a quanto ne so è stata molto localizzata (se qualcuno ne sapesse di più, come sempre sono ben gradite le indicazioni da parte di chi legge, poste come minimo con garbo e ancor meglio se con simpatia), mi verrebbe da dire nell’alto Veneto, ma credo che in zone come Bolzano o la Bergamasca possa aver avuto un ottimo riscontro, certamente fu Belluno la roccaforte, complice l’allora boutique di tendenza Za che propose questo marchio fin dalla leggendaria collezione di jeans noti per il dettaglio delle tasche posteriori “a soffietto”: ovvero nell’intenzione dei fashion designer dell’epoca di proporre un capo dal generale orientamento street-chic, l’idea è che avesse un appeal “rilassato”, impostazione over-size, ovvero vita e gamba larga e lunghezza contenuta, costringendo a portare il capo arricciato in vita, con grandi gambe dritte, probabilmente prendendo dal mondo hip-hop con una declinazione dance-oriented, e in questo anche le tasche erano “over-sized”, riportate poi ai bordi standard plissettando leggermente il pezzo di stoffa durante la cucitura. La soluzione era una genialata nel suo piccolo, consentendo di ottenere una tasca molto capiente dove calare poderosi portafogli che tanto piacevano ai teen-ager, magari nella versione con catena da attaccare a un passante, per un’idea di un proprietario pronto ad affrontare i peggiori quartieri malfamati! Il lavaggio era un delavè al limite del bleached, ai fini di dare un immagine al capo di una storia alle spalle che avesse molto da raccontare, nottate infinite tra discoteche, afterhour e rave.

I Blue System con tasche a soffietto

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM
PRODUCT ID: 3
FIT: LARGE
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD, THE ONE ON THE BACK ISN’T A SPOT, IT’S A CAMERA DEFECT
COLOUR: BLEACHED, LIGHT 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: FOLDING POCKETS ON THE BACK, FIT LARGE
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €149

E il risultato di questa proposta fu esplosivo, nelle aree ristrette in cui fu presentato questo brand. Probabilmente la Jet-Set pagava lo scotto di essere una piccola azienda svizzera appena affacciata nel panorama internazionale, e in particolare nel tentativo di penetrare nella nostra penisola, l’impresa era quella di Davide contro i Golia del fashion mondiale!

Ai jeans, che erano il capo principale e che andarono evolvendo nel corso dei semestri successivi, facevano seguito altri capi casual: primariamente felpe – mozzafiato – caratterizzate dal logo dei leoni rampanti declinato in varie grafiche, emblemi presi dall’usanza medievale nordeuropea di riportare tale blasone sulle armi, per dare una connotazione battagliera di chi indossava questi capi. Capi dalla portabilità comoda anch’essi; più marginalmente il marchio Blue System proponeva dei bomber – ovviamente – in varie colorazioni, con varie grafiche, spesso a tutta larghezza riportate sulla schiena e vari dettagli, talvolta metallici, a confermare questa immagine di “corazza” per gli eventi più caldi dei teen-ager che li avrebbero indossati.

Grafica tratta dal retro di una felpa, tra medioevo e psichedelia: un Mad Max in acido!

Va detto che questi ultimi hanno avuto qui in Italia una penetrazione molto superficiale rispetto ai jeans – che si presentavano molto più minimali e quindi più adatti ai nostri canoni stilistici – per felpe e soprattutto giubbotti; in Italia, la madrepatria mondiale dello stile, si preferivano capi più raffinati ove prevaleva la ricerca stilistica nel tessuto e nel taglio, e dove il marchio, dopo la sbornia paninara, aveva un understatement molto maggiore, fino ad essere arrivato negli anni successivi, dopo al declino stesso della Blue-System, a sparire totalmente.

Sono venuto a sapere, che al contrario in centro e nord Europa la Blue-System ha avuto un successo anche maggiore che da noi, quantomeno nel mondo hooligan, ove quella simbologia e quella semiotica nei bomber e nelle mantelle sono riuscite ad attecchire perfettamente nelle aspettative del pubblico che si scalmanava negli stadi.

La novità di questi ultimi giorni è che dopo anni di oblio, la Jet Set sta sviluppando il rientro nel mercato per la prossima stagione primavera-estate 2020 del brand Blue-System, con una nuova linea di jeans a cura dello stilista Michael Michalsky, che andranno, a quanto pare dalle premesse, a sfruttare l’heritage del glorioso passato nell’abbigliamento street/casual con posizionamento elevato. Se sarà proporzinato a quello del primo lancio, prepariamoci a degli standard molto esclusivi, si pensi che a suo tempo un altro degli elementi di rottura azzeccato dalla Jet-Set fu proprio il posizionamento molto sfacciato: mentre un Levi’s, riferimento assoluto all’epoca veniva venduto al pari di un italianissimo El-Charro a circa 80.000 lire, di circa diecimila maggiore a un onestissimo Uniform o Americanino (e la Diesel allora ancora lungi dallo sfondare venisse anche meno), i Blue-system venirono proposti all’arrogante prezzo di 150.000 lire (completamente fuori dal normale ambito casual e probabilmente anche più caro di un pantalone elegante) prezzo che fu la croce dei punter, che a costo di immani sacrifici, dovevano nel loro sentire procurarseli a tutti i costi a completare il look togo per affrontare le dodici ore dei sabato sera, e la gioia dei teen-ager figli dei genitori più ricchi, che grazie al facile espediente del prezzo come confine tra loro e i figli della gente comune, potevano distinguersi dagli altri ancor maggiormente che nelle passate stagioni stilistiche.

FELPA – SWEATSHIRT:

BRAND: JET-SET
ORIGINAL: YES
NAME MODEL: BLUE SYSTEM – LION
PRODUCT ID: 4
FIT: REGULAR
MADE IN: ITALY
SIZE: M
YEAR: 1990
CONDITION: GOOD
COLOUR: BRICK RED 
FABRIC: 100’% COTTON
LABELS: YES 
SPECIAL FEATURE: PSYCHEDELIC MIDDLE-AGE LION ON THE BACK
SHIPPING: SHIPPING WORLDWIDE (ASK FOR DELIVERY COSTS) SPEDIZIONE OVUNQUE
PRICE: €89

Radiofonografo Brionvega rr-126-fo-st – F.lli Castiglioni

Presento in questo articolo un componente hi-fi, anzi l’integrato più cool di sempre, un unicum nel panorama degli impianti stereo a livello mondiale, che ha solo qualche tentativo di emulazione, declinato in varie correnti stilistiche nazionali, senza alcuna possibilità di starvi a paragone.

Si tratta del leggendario Radiofonografo Brionvega rr126, ideato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni, ma voluto dal patron del celebre brand italiano, Giuseppe Brion, famoso per aver voluto avvalersi dei più affermati architetti e designer per i suoi progetti più ambiziosi, dando un’immagine inedita e giunta ormai a fama mondiale a oggetti che fino ad allora venivano considerati dei semplici elettrodomestici passibili di essere riprodotti abbastanza uniformemente in qualsiasi industria dell’emisfero australe.

L’intento di questo articolo è di essere la scheda definitiva su questo apparecchio, dando tutti i dettagli costruttivi del rr-126; in più taglio che intendo darne è particolarmente incentrato sulla semiotica e i significanti dell’elemento, che lo rende prezioso e unico, a oggi ancora meritevole di quotazioni maggiori della somma dei componenti di un qualsiasi asettico impianto hi-fi anche pregiatissimo (nel gergo si usa l’aggettivo “esoterico”).

Inoltre, periodicamente, proporrò in vendita a coloro i quali fossero interessati, degli esemplari ricondizionati di questa apparecchiatura, pronti ad entrare nei vostri soggiorni o in qualche ambiente pubblico particolare, come la lobby di qualche prestigioso design hotel (o boutique hotel che dir si voglia) o un listening bar.

Il Brionvega rr-126 in dialogo con un antico tappeto persiano

Dopo anni di ascolto e di confronto con diversi guru nazionali del settore, conservo ancora diverse perplessità se il fatto che un componente audio, fin anco un cavo di segnale o persino di potenza, possa fare una differenza nell’esperienza di ascolto di un album o di un pezzo musicale; se esistono queste differenze, possono essere percepite solo qualche da raro umano a cui possiamo dare il titolo di “orecchio assoluto”. Molto più diffusa è la sensazione inconscia per cui il contesto abbia, se non pari importanza, quantomeno un forte influsso sull’esperienza di ascolto (e non solo). Si sa che certi concerti, come certe partite di calcio, assumono diversi tipi di appagamento a seconda dello stadio in cui sono suonati o giocati (in inglese si userebbe lo stesso termine “played”), così come un DJ-set nel disco-bar di qualche albergo dolomitico non potrà mai essere la stessa cosa di uno analogo che avvenga in un club di qualche metropoli cosmopolita, come in una terrazza delle Baleari: perfino il pubblico presente, perciò in definitiva noi stessi, influiamo in quello che ascoltiamo, partendo dal presupposto di avere una stessa identica scaletta. Lo stesso dicasi, ognuno pensi alla propria esperienza personale, a un’opera lirica rappresentata in un’arena di fama e rilievo internazionali rispetto a un teatrino di provincia; è piuttosto noto come i melomani vadano a vedere più volte una stessa rappresentazione in tutta Europa, proprio per coglierne le differenze tra un contesto di ascolto e un altro.

Ecco che l’intuizione del trevigiano Giuseppe Brion di avvalersi di eccellenti designer come i fratelli Pier Giacomo e Achille Castiglioni nel caso del radiofonografo rr-126, risulta ancor oggi quantomai azzeccata, permettendo ai pochi fortunati possessori un’esperienza che oltre parlare all’orecchio, comunica fin da prima che la puntina venga posata sul disco o che la stazione radio venga sintonizzata, una percezione di eccellenza, e credo anche di cosmopolitismo, cui nessun altro impianto riesce ad arrivare a certi animi sensibili.

A questo titolo è emblematico il caso dell’esemplare appartenuto a David Bowie, un rr-126 laccato bianco con evidenti segni d’uso tra l’altro, come è normale che sia per un oggetto di oltre cinquant’anni, assurto agli onori della cronaca dopo essere andato in asta da Sotheby’s l’11 novembre 2016 ed essere stato aggiudicato alla cifra record di 257.000 sterline – l’equivalente al tempo di 298.000 euro (324.000 se consideriamo i diritti della Casa d’aste)! – assieme ad altri oggetti di design e opere d’arte appartenuti al cantante, artista e attore britannico, in una sequenza di quotazioni record a fianco per esempio ad opere di Basquiat, con il dipinto “Air Power” venduto a sette milioni e novantatremila sterline, Auerbach, Hirst con la sua la sua opera “Beautiful, Shattering, Slashing, Violent, Pinky, Hacking, Sphincter Painting” battuta a 755.000 sterline, Erich Hackel con ‘Mannerbildnis’  e oggetti di design progettati da Ettore Sottsass (il cabinet Casablanca e la macchina da scrivere portatile Valentine) e dal celebre Studio Memphis (tra gli altri il celebre Carlton) di cui facevano parte oltre al già citato Sottsass, Aldo Cibic, Nathalie Du Pasquiet, Marco Zanini, George Sowden, Michele De Lucchi e Peter Shire. Nella bibliografia il link alla serie completa dei tre lotti.

Ogni dettaglio dell’rr126 è pensato per esprimere un lusso sobrio e un modernismo equilibrato che lo rende ancor oggi contemporaneo, tanto che il marchio esiste ancora e in una sorta di ritorno alle sue origini, da Milano a Pordenone, appena a est della marca trevigiana, costruisce ancora l’apparecchiatura secondo il progetto dei f.lli Castiglioni. In assoluto possiamo dire che Giuseppe Brion, da buon nume tutelare dell’industria nazionale, esprimendo il genius loci italiano (prendo spunto dal lessico dell’architettura), a un certo punto dello sviluppo della sua azienda, si preoccupa, come recita il titolo del saggio sulla sua opera riportato nella bibliografia, di andare oltre al progetto di prodotto, iniziando con intuizione geniale a progettare l’emozione complessiva legata all’utilizzo del prodotto.

Il radiofonografo Brionvega contestualizzato in un ambiente vintage/mid-century

I punti salienti dello stile del radiofonografo sono le forme antropomorfe, vi si può trovare la parvenza di un volto nell’unità centrale e la parvenza di un corpo nell’intera costruzione del mobile, se non di un essere vivente, quantomeno quella di un ipotetico robot, delle finiture che senza voler essere sciovinisti, possiamo tranquillamente dire che testimoniano lo stile del saper-fare italiano, dei particolari di pregio assoluto, come il telaio di metallo pressofuso, una grande versatilità dell’impianto, che può essere conformato in diverse forme, testimone anch’esso dell’ecletticità del nostro design, e un dettaglio molto sfumato, ma importantissimo, che nel radiofonografo in analisi, il giradischi utilizzato come mero particolare costruttivo è lo stesso che in tutto il mondo viene considerato un componente hi-fi di pregio a se stante, negli originali un Dual o un Garrard, negli attuali un Pro-ject, piegati in questo caso a semplici parti di un insieme di importanza e impatto infinitamente superiori.

Il Radiofonografo è composto da tre corpi in faesite (gli esemplari odierni si presume in MDF o multistrato) con laminato riportato, più comunemente essenza noce Canaletto, ma non mancano esemplari bianchi, come quello appartenuto a Bowie (oggigiorno anche rossi e arancioni) ed è fissato mediante quattro viti metriche un piedistallo in alluminio su rotelle sferiche per spostarlo agevolmente nell’ambiente in cui verrà collocato. L’elemento principale di forma rettangolare comprende i dispositivi d’uso, con ai lati le casse acustiche che alloggiano i trasduttori, progettati in modalità a sospensione pneumatica. I due corpi laterali possono essere staccati e posizionati sia lateralmente che sul blocco centrale, o anche alternati: questa è stata una delle caratteristiche, assieme al basamento su ruote, e al corpo centrale che richiama i tratti di un viso, volute dai F.lli Castiglioni per rendere l’re-126 versatile e ludico.
I dispositivi d’uso consistono in due commutatori rotanti con scala semicircolare, per la selezione della sintonia AM (da 160 a 320KHz per OM e da 520 a 1600KHz per OL) e FM (da 88 a 104 MHz), con, al centro, un indicatore di sintonia a bobina mobile, un commutatore di gamma e di funzione a tastiera (OM, OL, MF, MF/ST, FONO, FONO/ST,CAF, REGISTR), cinque selettori rotanti per la regolazione di bassi, acuti e bilanciamento, volume e livello,
All’interno vi è alloggiato l’amplificatore costituito da 33 transistor, 20 diodi, un raddrizzatore a ponte al selenio. Sono presenti due antenne incorporate per AM ed FM.
Sopra all’elemento principale è collocato nella maggior parte dei casi, come in quello qui presentato, un giradischi Dual talvolta dotato cambiadischi, ma non in questo esemplare e con cambio automatico a quattro velocità e testina in ceramica. Il giradischi è coperto e protetto da un coperchio apribile in plastica fumè. Spesso questo coperchio è deteriorato o mancante, ma fortunatamente l’esemplare in oggetto ne è dotato di un pezzo perfetto.
Sul lato posteriore dell’apparecchio sono presenti tre fessure lunghe e rettangolari. L’ultima sulla destra ha al suo interno una grande rotella dentata in plastica nera che sporge dalla fessura per la regolazione dell’antenna AM.

Il Brionvega rr-126 pronto per un test d’ascolto coi dischi-prova della Technics

Scheda tecnica:

  • Sintonizzatore radio MF con banda da 87 a 105 MHz
  • Sintonizzatore OM da 520 a 1620 KHz
  • Sintonizzatore OL da 150 a 340 KHz
  • Sintonizzatore FM da 100 a 104 MHz
  • Amplificatore integrato da 20+20W
  • Frequenze riprodotte da 30 a 20.000 Hz
  • Rapporto segnale/rumore > 75 dB
  • 2 ingressi audio DIN per sorgenti esterne
  • 1 uscita audio DIN
  • 1 connessione audio per il collegamento a radiodiffusione
  • 1 uscita audio preamplificata su jack da 3,5 millimetri
  • Altoparlanti a sospensione pneumatica 8 Ohm
  • Alimentazione interna mediante alimentatore 125-160-220v
  • Fusibili posteriori da 2,5A (2 pz), 1A e 0,4A

Componenti montati di altri costruttori:

  • Giradischi Dual 1214 con trazione a puleggia, 33/45 e 78 giri, partenza e ritorno automatici. In alternativa Garrard 2035 T
  • Testina Dual CDS 660 a magnete mobile sensibilità max 10 mV. In alternativa testina Garrard

Caratteristiche costruttive:

  • Numero di serie 1106841
  • Dimensioni 1212x649x362mm, mobile assemblato a mano in faesite ricoperta di laminato laccato noce Canaletto o bianco panna con profili color tabacco
  • Piedistallo forgiato in alluminio anodizzato con appoggio a terra su ruote
  • completamente ricondizionato, nel piatto e nella parte amplificatrice
  • cappetta copripolvere giradischi presente e in condizioni perfette
  • prezzo 5800€ condizioni del mobile VG+

Pannello anteriore:

– Indicatore potenza della portante
– Indicatore verde stazione stereo
– Indicatore rosso accensione

– Manopole:

  • Regolazione frequenza (MF)
  • Regolazione frequenza (MA)
  • Regolazione bassi
  • Regolazione acuti
  • Regolazione bilanciamento
  • Regolazione volume
  • Regolazione livello (basso, alto)

– Pulsanti:

  • Int.
  • MA
  • MF
  • MF/St
  • Fono
  • Fono/St
  • Caf.
  • Registr.

Pannello posteriore:

  • Registratore: presa DIN a 5 pin
  • Filodiffusione: x2 prese RCA
  • Destro (6 Ω): presa punto-linea per altoparlante destro
  • Fus (2.5 A. Ist.): portafusibile
  • Antenna MF: presa per il collegamento dell’antenna MF
  • Fus (2.5 A. Ist.): portafusibile
  • Sinistro (6 Ω): presa punto-linea per altoparlante sinistro
  • Antenna MA: presa per il collegamento dell’antenna MA
  • Cambia tensioni: 125/160/220
  • Fus. (0.4 A. Rit.): portafusibile
  • Antenna MA orientabile

BIBLIOGRAFIA:

Brionvega, progetto l’emozione – Decio Giulio Riccardo Carugati – Electa Mondadori

La scheda del Radiofonografo rr-126 Brionvega appartenuto a David Bowie e andato in asta da Sotheby’s

Di seguito i tre lotti di oggetti di design e opere d’arte battuti all’asta “Bowie collezionista” tenutasi da Sotheby’s l’ 11/11/06:

Mentre questo slideshow è parte della serie di oggetti battuti all’asta, tra cui ovviamente, anche il Radiofonografo rr-126 di Brionvega

P.s.: tra gli aspetti salienti della storia del commendator Brion, vi è la sua particolarissima sepoltura in terra natia a San Vito di Altivole, ove sorge nel cimitero comunale un mausoleo progettato dall’architetto Carlo Scarpa (e ove anch’egli dorme il sonno dei giusti) voluto dalla moglie Onorina dopo la dipartita di Giuseppe, e in cui oggi giace anche lei: la celebre “Tomba Brion”, considerato il capolavoro dell’architetto veneziano. Elemento di tale pregio che in questa sede vi accenno solamente e che sarà con tutta probabilità trattato in un apposito articolo, nella sezione “mete” di questo tumblelog.

Nicola Guiducci, il Plastic e Milano

Questa volta vi parlo forse non dell’origine dell’eclettismo in discoteca, un dj e i suoi set dovrebbero avere un andamento e un excursus basati sulla varietà ovunque, viste le molteplici vibrazioni che ci può offrire la musica (ma abbiamo anche prestigiosi esempi opposti, come l’offerta musicale di Marco Bellini e Moka dj ad esempio).

In questo articolo però voglio completare il quadro del panorama nazionale, in attesa di quello – farcitissimo – sulla situazione emiliano-romagnola che prima o poi, anzi forse proprio in questi giorni di quarantena riuscirò a comporre.

Ma l’obiettivo di questa domenica è deciso: dare lo spazio al personaggio, al locale da lui realizzato, e non di meno spendere alcune parole sulla città che lo ha accolto e che tanta parte ha del suo successo, come di quello di tutte le persone che vi hanno transitato occupandosi di argomenti più o meno immateriali: arte, musica, moda, spettacolo, design, e chi più ne ha più e metta!

La sua storia è quella di uno dei tanti che dalla provincia italiana è passato a Milano, definita a suo tempo “la capitale morale” dell’Italia, ma che a oggi ne risulta la capitale economica e per molti aspetti culturale, certamente a livello contemporaneo distilla il meglio che esportiamo all’estero.

Da Pistoia arriva alla fine degli anni ’70 e nel 1980, assieme a Lucio Nisi (recentemente venuto a mancare) che ne era il proprietario, nella storica sede di Viale Umbria apre il sipario di questo locale diventato nel corso degli anni celebre anche oltre confine. Il fil rouge del locale è l’eclettismo, di cui Guiducci alla consolle ne rappresenta appieno il significato, con selezioni musicali spiazzanti ma molto apprezzate dal suo pubblico, il resto è un’accorta strategia di marketing potremmo dire – trattandosi di Milano – scenografie sottilmente ricercate, code all’ingresso vere o costruite, selezione del pubblico, una clientela molto variegata, un clima gay-friendly, come è d’obbligo nei migliori locali di tendenza, e forse in più rispetto agli altri locali che si stanno facendo strada in Italia, diventa nota la frequentazione da parte di star del jet-set internazionale: si narra vi siano transitati, tra gli altri, Keith Haring, Grace Jones, Madonna, Elton John, Elio Fiorucci, Andy Warhol, Freddie Mercury, e questo ha certo influenzato positivamente la fama del locale. Dal 2012 la sede è stata spostata in via Gargano in un vecchio immobile adattato fin da prima dell’arrivo di Nisi e Guiducci a discoteca, sempre a Milano, e la storia continua …

Dovendo tirare le somme delle poche righe scritte su questa realtà di cui, per chi volesse approfondire, sono già stati scritti libri interi e girati documentari, dobbiamo dire che si tratta del classico caso in cui la persona giusta, Guiducci, dalle capacità e dai trascorsi non comuni (uno dei pochi credo che girasse l’Italia e l’Europa da ventenne negli anni ’70), incontra altre persone giuste, Elio Fiorucci, i fratelli Nisi e negli anni Rosangela Rossi e Sergio Tavelli (d’altronde la vita è l’arte dell’incontro), si trova nel momento giusto, in Italia nei primi anni ’80 il clubbing di qualità è tutto da inventare, e peraltro in un cocktail esplosivo, pure nel posto giusto: Milano!

Perché il posto giusto?! Perché pur essendo veri tutti i parametri sopra riportati (e sennò non li avrei scritti, no?!), è di primaria importanza il contesto dove si opera, credo solo Milano potesse offrire la piazza della moda e dei suoi registi (Fiorucci), l’esplosione delle tendenze che avrebbero poi preso piede in tutta la nazione (i paninari, poi magari spiegheremo che c’entrano col Plastic), le persone giuste, quelle sia da una parte che dell’altra dell’ipotetico “banco” del Plastic, dove serviva sì un DJ/art director che avesse in se le prerogative sia di un Leo Mas che di un Vasco Rigoni, un amministratore, anch’egli da fuori Milano, Nisi, che avesse le stesse abilità di un Bellinato, ma anche di un pubblico, che rispetto a quello che si poteva trovare nella riviera adriatica, sia a Jesolo che a Riccione, composto prevalentemente di teen-ager in vacanza (ma anche di punter che “militavano” in questi locali anche d’inverno a onor del vero), nella città meneghina poteva e può contare oltre che sulle star del jet-set internazionale sopra citate, anche su un pubblico di tendenza fatto di designer, stilisti, art-director, modelle, artisti e musicisti, fashion victis e chi più ne ha più ne metta, come non è possibile ritrovarne tali e tanti in nessun altra città italiana, Capitale compresa. Prova ne è che il Kinki di Bologna, per fare un esempio, pur avendo tutte le carte in regola del locale di tendenza centralissimo, una militanza coerente tanto come quella del Plastic, una direzione artistica e musicale all’altezza e una data di apertura anche precedente, non è mai riuscito a superare una fama provinciale, forse regionale, a causa del respiro ahimè non internazionale della città rossa, anche se al suo interno, detto da chi ci è vissuto e l’ha frequentata per anni, c’è, o almeno c’era, un fermento invidiabile per qualsiasi metropoli occidentale.

Ah, a proposito di paninari, che centrano direte voi con la storia del Plastic?!

Centrano eccome, se pensiamo che sono loro, dopo i precedenti importati dall’estero dei decenni passati (beat e mod per citarne un paio), la sottocultura che partendo questa volta da Milano propaga in tutta Italia e all’estero, lo stile di vita oltre che estetico di stampo italiano: look accurato e un’attenzione maniacale a tutti gli aspetti comunicativi, dallo slang alla moto e all’auto, dai dettagli alle scelte di come trascorrere il tempo, dando ai giovani di tutto lo stivale negli anni a venire una nuova consapevolezza, che alla fine siamo sempre noi, figli del Belpaese a dover fare da avanguardia in tutto l’occidente per quanto riguarda stile e divertimento, nel look, come nella musica e nelle arti in genere!

Per chi è arrivato fin qua, come al solito merita un premio, il documentario sul Plastic:

VESTAX Mixstation AA-88

Nel mio tumblelog, dal taglio molto immateriale, è giunto il momento di trattare un componente audio molto speciale: la Mixstation AA-88 di Vestax:

Apparecchiatura multifunzionale per eccellenza, si compone in un’unica unità integrata di:

  • Lettore CD con controllo del pitch +/- 8%
  • Lettore/registratore MiniDisc
  • Radio con bande differenti a seconda del Paese di destinazione
  • Pre-amplificatore/mixer a tre canali
  • finale di potenza da 2×15 watt

Ma è dal punto di vista stilistico che questo esclusivo integrato si distingue da qualsiasi apparecchiatura di produzione/riproduzione musicale: non vi è infatti nessun componente professionale, né alcun home hi-fi che abbia in comune gli aspetti stilistici della Mixstation, anzi se vogliamo la AA-88 prende finemente spunto da entrambi i mondi e dosa gli elementi in maniera così raffinata da proporre un design completamente inedito.

Le dimensioni fuori-standard, più largo e più profondo dei comuni hi-fi da rack domestico prende spunto dall’ambito dei mixer professionali (il mondo TASCAM etc..) così come l’inclinazione dei magnifici display dai caratteri retroilluminati azzurri, il palissandro massello utilizzato per i fianchetti del mobile, forse in uso in qualche componente dei più esoterici del mondo home-audio, il mobile formalmente diviso in due unità, descritte dalla scanalatura orizzontale presente nella facciata, e le due gradazioni di verniciatura color champagne, lo rendono di un’eleganza senza paragoni.

Quasi profetica la suddivisione nei due blocchi, che ricalca quella che sarebbe stata attuata venti anni più tardi con l’uscita (si fa per dire, visto che dal vero credo non li abbia visti ancora nessuno) dei due componenti separati Phoenix e Starling del rinato brand StpVestax.

Sul retro, in alto a sinistra un’ampia serie di ingressi permette di connettere al mixer/pre-amplificatore varie unità fra cui ovviamente i giradischi (vi sono due ingressi phono) e sulla parte posteriore destra si presenta anche un bel dissipatore passivo per raffreddare la sezione di amplificazione; anche se l’AA-88 emette soli quindici watt per canale, dobbiamo tener conto che il finale è integrato a sintonizzatore, registratore/riproduttore mini-disc, lettore-cd e mixer.

Questo pre-ampli/mixer, da approfondite ricerche svolte negli ultimi anni, che mi hanno portato con molti sforzi anche economici a recuperarne tre unità (oltre alla probabile unica coppia disponibile al mondo di diffusori VRM-1, sempre dello stesso marchio), fu prodotto e commercializzato dal 1996 al 1999 dal celebre produttore giapponese specializzato per le attrezzature da disk-jockey e con il pallino per i progetti fuori dagli schemi, a un prezzo attorno alle 1300£/1900$; pare che la AA-88, a causa del valore molto elevato, oltre che a delle dimensioni fuori-standard e a una certa delicatezza data dalle finiture pregiate, sia stata prodotta in pochissime unità. Dai dati recuperati, ritengo che le AA-88 esistenti in tutto il mondo siano in un ordine di grandezza tra le venti e le trenta unità, in prevalenza in Giappone e negli USA e quelle oggetto di compravendita tra collezionisti negli ultimi due lustri a livello planetario, starebbero a quanto pare entro le dita di una mano.

La Mixstation Vestax AA-88 abbinata ai bookshelf VRM-1

Le prestazioni sono di livello “state-of-the-art” e la presenza dell’apparecchio in un ambiente è di assoluto rilievo, perciò desidero condividere con tutti voi la conoscenza di questo meraviglioso mixer, eguagliato solo dal modello Phoenix (indicativo anche nel nome della rinascita del brand dopo il fallimento del 2014), affiancato dal finale Starling, per un’accoppiata che andrebbe a sostituirlo (in parte, dato che non presentano né sintonizzatore, né strumenti di registrazione di alcun tipo) a prezzi stellari oltreché ufficialmente non noti, si dice tra i diecimila e i ventimila euro per la coppia.

Bibliografia:

Articolo da hifiaudiovintage.

Il sito della rediviva stpVestax

La scheda sul database gearogs

La scheda degli altoparlanti VRM-1 su gearogs

La scheda della cuffia monofonica KMX-3 su gearogs, ideale complemento del mixer AA-88

Articolo su DJMag sul nuovo mixer Phoenix che ne attesta il prezzo

La trilogia degli Illuminati e le sue filiazioni

Cominciamo ad abbozzare un articolo riguardo l’opera di Robert Anton Wilson e Robert Shea e tutto quanto è sorto per gemmazione negli anni a venire. Ci sono fior di siti e tanto di pagine su Wikipedia a questo riguardo, ma cercherò di darne una mia visione personale e una particolare contestualizzazione nel solco di quanto narrato in questo tumblelog.

La Trilogia nasce a partire dal primo romanzo “L’occhio della piramide” del 1975, per poi proseguire con “La mela d’oro” e “Il leviatano” forse prendendo in parte il suo spunto da testi precedenti come quella sorta di hard-boiler mistico di “Mumbo Jumbo” dell’autore afro-americano Ishmael Reed, testo degli anni ’30 dello scorso secolo; si narra da molte fonti che sia stata lo spunto per best seller di divi della pagina stampata come Umberto Eco col suo “Il Pendolo di Focault” e la saga di Robert Langdon di Dan Brown. Certamente il saggio inetichettabile di John Higgs, “Complotto” nella versione italiana e “KLF” nella versione originale, tratta ampiamente il putiferio e l’entusiasmo sollevato negli anni da questa deflagrante Trilogia.

Io li segnalo come dei titoli assolutamente imprescindibili per chi si interessi agli argomenti e ai filoni trattati nel mio blog e invito tutti a tuffarsi nell’incredibile avventura per la mente provocata dagli strippi psichedelici del duo americano!

Mentre per quanto riguarda il saggio sui KLF di Higgs, che possiamo definire una “mega-recensione” sull’opera del duo Drummond-Cauty nelle varie denominazioni utilizzate negli anni, voglio suggerire il confronto tra questo incredibile approfondimento, con quello che comporta nella fruizione di un progetto di tale complessità (a volte sconfinante nell’astruso e nel puro dada/situazionismo) e quello che è stato per quanto mi riguarda uno dei maggiori fari nella scoperta del rock (o almeno era quello che avevo pensato in larga parte almeno a fino questo confronto impietoso), ovvero l’italiano Piero Scaruffi, esportato da decenni negli USA nella sua qualità di ricercatore. Questo eclettico soggetto è per alcuni appassionati di musica una leggenda (tra luci e ombre) nella categoria dei critici musicali, avendo scritto i sei volumi de “La storia del rock” di Arcana Editrice, poi confluiti nel suo delirante sito enciclopedico sulla storia dell’arte mondiale dalla nascita di Abramo in poi. Questo lavoro, che egli pretende essere esaustivo sull’argomento, si vede nel raffronto col lavoro di Higgs quanto abbia un approccio superficiale, basato su un frettoloso ascolto e su una raffazzonata raccolta di informazioni. Leggete la scheda collegata al link che riporto qui sotto e tiratene le conclusioni:

Piero Scaruffi – KLF

Non si fa così caro Piero, ma grazie del tuo indiscusso impegno!

Se passiamo a definire il contributo del libro di Higgs invece, ogni fan dei KLF dev’essere profondamente grato per questo lavoro, che mette in connessione passo-passo la saga de “The Illuminatus” con i pezzi del duo, facendoci comprendere esaustivamente la progressione di album, gag situazioniste, uscite e rientri in scena di questi due folli personaggi e certi atti da loro espressi lungo un percorso ormai ultra trentennale.

Nei prossimi giorni si comincia! Intanto se qualcuno avesse domande impellenti non esiti a scrivermi.

Bibliografia:

il sito di Robert Anton Wilson

Complotto – John Higgs – Nero Edizioni

Mumbo Jumbo – Ishmael Reed – Rizzoli

“Electro, elettronica: visioni e musica”, evento della Biennale 2019 in collaborazione con la Philharmonie de Paris

La musica (techno e house) è ormai arte totale. Un importante evento della 58esima Biennale, inoculando una mostra a cura di Jean-Yves Leloup già tenutasi a Parigi dalla Philharmonie De Paris, celebra l’evidente successo dell’ondata dance basata sulla strumentazione elettronica, che essendo stata fin dal principio irradiata da un solo individuo, quasi mai molto appariscente, posto dietro a una consolle, il dee-jay e non più da vistosi complessi od orchestre, ha promosso la partecipazione del pubblico, da spettatore a co-protagonista di quanto accadeva prima nella discoteca, successivamente nei rave, fino ai grandi eventi degli ultimi anni, Tomorrowland su tutti. Visibile dal 23/09 al 23/11/2019

Lo Smiley diventa soggetto di un'opera d'arte contemporanea

Untitled (The Endless Summer) – Bruno Peinado – 2007: Pannello composito in alluminio, lacca, taglio CNC, neon, variatore, trasformatore. Edizione di otto esemplari; Courtesy Galerie Loevenbruck, Parigi.

Da situazioni semi (o del tutto) clandestine, la lunga serie di happening, o per certi aspetti eventi mistico-iniziatici accaduti negli anni ha dato luogo a quello che ormai, a partire da questa mostra inserita nella kermesse più importante al mondo, è promosso pienamente come movimento artistico. Tali eventi accadevano nel Regno Unito sotto forma di rave illegali, in Italia (riviera adriatica, tra Riccione e Jesolo) e Spagna (Ibiza in particolare) dentro a locali che erano delle situazioni a volte di legalità sospesa o presa quantomeno un po’ sottogamba. Si pensi che in Gran Bretagna fu promulgata al riguardo una legge specifica, il Criminal Justice and Public Order Act del 1994. Per quanto riguarda l’Italia, vi fu tutta la stagione delle “mamme rock” e delle ordinanze per anticipare la chiusura dei locali.

E’ appurato dunque che sia gli eventi clandestini accaduti nelle campagne inglesi narrati da Simon Reynolds in Generation Ecstasy, che quelli accaduti in Italia descritti in questo tumblelog siano passati, da fenomeni da censurare come venivano trattati (e avversati) mentre si sviluppavano, a fatti artistici tout court meritevoli di una postuma musealizzazione.

Dancefloor: Panorama 1987-2017 AA. VV.

Tra gli artisti coinvolti, alcuni segnalati sulle didascalie alle immagini, Jacob Khrist, Soundwalk Collective, Bruno Peinado, Moritz Simon Geist, 1024 architecture e molti altri. Un nugolo di fotografi sono quelli coinvolti, ognuno direttamente coinvolto nel fenomeno rave e dance della propria nazione: da Alexis Dibiasio a Olivier Degorce, da Alfred Steffen a Caroline Hayeur, la carrellata di personaggi e di luoghi è estremamente vasta e permette a chi non fosse già addentro di farsi un’idea dell’universo variopinto che dà vita a questo fenomeno. L’opera “Divinatione” del fotografo Jacob Khrist in particolare, testimonia l’evoluzione di Parigi come novella metropoli europea coinvolta nel fermento rave/elettronico internazionale.

Particolarmente interessanti i lavori prodotti dal collettivo 1024 Architecture, François Wunschel, Jason Cook e Pier Schneider “Core”, ove attraverso fibre ottiche, al ritmo del sound di Laurent Garnier si anima uno spettacolo luminoso 3D e “Walking-cube”, un prodigioso sistema di automazione, ove una struttura metallica sollecitata da segnali digitali si muove, cambiando forma e dimensioni, emettendo inoltre un suono ritmato molto coinvolgente, lavoro questo in continuità a dire il vero con tutto un filone già visto in scorse edizioni della Biennale piuttosto che della dOCUMENTA di Kassel, e certamente in un’installazione al museo di arte moderna di Budapest e di cui eventualmente in futuro daremo maggior conto.

Moritz Simon Geist, performer, musicista e ingegnere,  espone un esemplare della sua collezione di robot sonori MR-808 Interactive, che replica il suono della celebre drum machine cui si ispira, la Roland TR-808, strumento principe fin dalla sua creazione per tutta l’house la techno, a fianco della sorella TB 303 le cui linee di basso vennero sfruttate con particolari tecniche per il genere acid house. La 808, come è ovvio, dà il nome al leggendario duo inglese 808 State.

Oltre all’ottima conferenza di Fabio De Luca tenutasi il dodici ottobre, segnaliamo come sigillo della manifestazione la sera della successiva domenica ventisette, l’intervento sullo stile “Balearic” e successivo dj set del co-fondatore (assieme ad Alfredo Fiorito) di questo genere, Leo Mas.

Leo Mas celebrato alla Biennale 2019

Dj eclettico e clubbing alternativo da Ibiza a Jesolo: