Early Nineties

Pubblichiamo in questo articolo tre video degli “early ninetees” il cui tratto comune è quello di essere stati dei grandi successi tra il pop e la disco music, tra l’universo MTV/radiofonico e la dance: la grandissima Suzanne Vega coi DNA più due gruppi da catalogare pressoché tra gli one hit wonder, in quanto sono entrambi famosi in particolare per un pezzo ciascuno, pur avendo prodotto successivamente al loro grande successo qualche altra traccia.

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Le origini del rap!

 

Non è certo qui che viene scritta la storia del genere, ma visto che molti di quelli che lo ascoltano oggi poco ne sapranno, anche per questioni anagrafiche (il genere ha avuto un lungo decorso prima di arrivare a un successo diffuso nel pubblico generalista), siamo a ricordarne le vicende principali:

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No Wave

Movimento breve, ma tra i più affascinanti accaduti nella scena rock è quello oggetto di questo articolo.

Il No-Wave (detto anche ‘il dito medio di New York rivolto al mondo’) prende spunto dalla polemica con la new-wave, accusata in qualche modo di essere un genere “piacione”, che veniva a patti con certo gusto di un pubblico basso (il rifarsi alla musica popolare) e con le major discografiche.

Le premesse erano alquanto severe, se pensiamo che il movimento criticato era quanto di meglio gli Usa produssero in contemporanea con il punk inglese (prima erano partiti i Ramones sempre a N.Y. e anch’essi guardando indietro si può dire siano stati dei grandi), con nomi quali i Television, i Talkin Heads di David Byrne e i B-52s!

Protagonisti di questa scena furono oltre i succitati Suicide, i James Chances and Contorsion, Lydia Lunch e a venire gli Us Maple, i Sonic Youth, e più recentemente possiamo trovare influenze nei Liar, passando per formazioni Post rock e Grunge. Possiamo inserire tra essi anche i grandissimi Pere Ubu, che in una stagione per noi fortunata, vedemmo a breve distanza proprio dai Suicide al Link di Bologna, locale che negli anni ha dato una serie di concerti di primissimo livello!

Vogliamo ricordare oggi, un funesto 17 luglio di un nefasto 2016 bisestile che vede scorrere la notizia della dipartita di Alan Vega, il superduo dei Suicide:

Partiti dai sobborghi di una New York allora evidentemente non molto ospitale (si pensi a vari film distopici del tempo, tipo ‘1997-Fuga da New York’ e ‘I Guerrieri della Notte’),  dove permaneva un senso di entropia, della fine di un ciclo di progresso, di origini cattoliche Vega, ebree Reverb, iniziano la loro carriera con performances visuali e musicali in alcune gallerie d’arte della città finché si incontrano e parte un sodalizio tra due personaggi dal talento e personalità uniche nel panorama musicale. Lo stile unico di Rev che picchia letteralmente la tastiera anziché suonarla e il carisma vocale e personale di Alan Vega, che avrebbe potuto insegnare a chiunque (e lo ha fatto) a stare sul palcoscenico, hanno creato una miscela esplosiva che ha letteralmente dato fuoco alle polveri sugli stage di tutto il mondo, fino alla fine della loro carriera!

Il debito artistico è assai ampio, e va dall’ammissione di Bono degli U2 di essersi in qualche modo ispirato a lui, alla formazione di molti electro-duo con cantante e tastiere, come i Pet Shop Boys, i Soft Cell, Duft Punk e anche gli italiani Righeira!

La verve di Alan Vega è qualcosa di indimenticabile, ricordiamo ancora la sua ironia quando dal palco chiese al pubblico se avrebbe preferito ascoltare, piuttosto che loro, ‘Celine Dion, Rolling Stones’ (includendo tutti questi personaggi nel mainstream che lui ovviamente snobbava), e poi quando, passando il microfono al pubblico per lasciare cantare a ognuno un pezzo del loro capolavoro ‘Frankie Teardrop’, trovando un ragazzo che per timidezza rifiutò di declamarne un pezzo, Vega dalla sorpresa si alzò gli occhiali da sole (che portava in un Link scurissimo) e guardò il ragazzo chiedendogli ‘Why?! Porchè?!’

Personaggi i Suicide, che come molti scomparsi negli ultimi mesi (fra tutti Ian ‘Lemmy’ Kilmister e David Bowie) non potranno in alcun modo venire rimpiazzati!

 

 

Bibliografia:

Musica Industrial

All’interno della musica da house club, esistono dei sottogeneri che nel periodo d’oro venivano mixati dai maggiori dj (Leo Mas, Andrea Gemolotto, Fabrice) assieme ai due generi principali, house e techno.

Oggi parleremo di Industrial music, un genere tra i cui principali protagonisti possiamo ricordare i Throbbing Gristle, gli Psichyc TV, i Cabaret Voltaire, i clock DVA, i Revolting Cocks, gli Einsturzende Neubauten e ci inseriremmo anche i Cassandra Complex!

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Cosa leggere sul mondo di cui vi racconto

Ci sono dei titoli che molto hanno da raccontare sugli eventi che trattiamo e di cui in questo tumblelog vi raccontiamo qualche episodio:

L’aspetto forse più imprevedibile, parlando dei vari aspetti che descrivono il fenomeno rave/techno a cavallo degli anni ’90 è che quello che appare come un movimento anarchico, in un certo senso ‘ignorante’, si basa in realtà su una serie di ricerche e saggi di scienze sociali molto accurati e, come potete vedere evidenziato dal titolo dell’ultimo dei testi che poniamo alla vostra attenzione, quello che appare un fenomeno della società occidentale, è tale solo nelle sue conseguenze, pensiamo alla nu beat proveniente dal Belgio e dall’Olanda, come al successivo French Touch d’oltralpe. La nascita di questi suoni avviene a carico di produttori afroamericani, Juan Atkins e Frankie Knuckles tanto per fare i nomi dei due capisaldi della techno e dell’house, il primo dei quali in particolare ha più volte ammesso il suo debito nella creazione del genere verso l’opera di ricerca di Alvin Toffler, il più importante divulgatore nell’ambito della futurologia, disciplina a tutt’oggi definita una ‘pseudoscienza’ a causa dell’ancora prevalente (e forse destinata a rimanere tale) empiricità.  Ecco spiegata l’etimologia dell’aggettivo ‘afrofuturista’.

Attraverso la lettura dei saggi sottoriportati, talvolta di sociologia, talaltra di futurologia, con la parentesi del divertente testo di Rettenmund che però classifica accuratamente musica, cinema, telefilm e manie consumistiche dell’epoca, assieme magari a qualche numero della rivista cult “The Face” di Nick Logan e Neville Brody, possiamo fare l’unico tipo di viaggio a ritroso nel tempo a oggi possibile e cogliere la densità di eventi che ha caratterizzato un’epoca probabilmente irripetibile.