La formula del successo

“…nessuno – ne una rockstar ne uno scienziato – ce la può fare in totale solitudine. Abbiamo tutti bisogno di una guida, di un mentore, di qualcuno che indirizzi i propri sforzi e ci aiuti a trovare la strada.” Malcom Gladwell

In questo articolo proveremo a introdurre una ricerca che siamo certi attanagli molte persone, spesso molto affine a quella forse di ordine superiore che riguarda il senso della nostra presenza in questo universo.

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Quell’utopico esperimento sociale dell’ Esperanto!

Pur con l’importanza esponenziale che hanno raggiunto le comunicazioni negli ultimi decenni, poche persone sanno, e ancor meno immaginano, esistano già delle lingue appositamente pensate per semplificare il dialogo internazionale e la possibilità di avere, al fianco della propria lingua nazionale, un funzionale linguaggio semplificato che permetta la comunicazione immediata e senza incertezze tra persone di diverse nazioni.

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Cosa leggere sul mondo di cui vi racconto

Ci sono dei titoli che molto hanno da raccontare sugli eventi che trattiamo e di cui in questo tumblelog vi raccontiamo qualche episodio:

L’aspetto forse più imprevedibile, parlando dei vari aspetti che descrivono il fenomeno rave/techno a cavallo degli anni ’90 è che quello che appare come un movimento anarchico, in un certo senso ‘ignorante’, si basa in realtà su una serie di ricerche e saggi di scienze sociali molto accurati e, come potete vedere evidenziato dal titolo dell’ultimo dei testi che poniamo alla vostra attenzione, quello che appare un fenomeno della società occidentale, è tale solo nelle sue conseguenze, pensiamo alla nu beat proveniente dal Belgio e dall’Olanda, come al successivo French Touch d’oltralpe. La nascita di questi suoni avviene a carico di produttori afroamericani, Juan Atkins e Frankie Knuckles tanto per fare i nomi dei due capisaldi della techno e dell’house, il primo dei quali in particolare ha più volte ammesso il suo debito nella creazione del genere verso l’opera di ricerca di Alvin Toffler, il più importante divulgatore nell’ambito della futurologia, disciplina a tutt’oggi definita una ‘pseudoscienza’ a causa dell’ancora prevalente (e forse destinata a rimanere tale) empiricità.  Ecco spiegata l’etimologia dell’aggettivo ‘afrofuturista’.

Attraverso la lettura dei saggi sottoriportati, talvolta di sociologia, talaltra di futurologia, con la parentesi del divertente testo di Rettenmund che però classifica accuratamente musica, cinema, telefilm e manie consumistiche dell’epoca, assieme magari a qualche numero della rivista cult “The Face” di Nick Logan e Neville Brody, possiamo fare l’unico tipo di viaggio a ritroso nel tempo a oggi possibile e cogliere la densità di eventi che ha caratterizzato un’epoca probabilmente irripetibile.